La fatica come scelta

“Il dolore che evoca il cammino assume, per noi filosofi e poeti senza pretese, un altro senso. Quello del cercare di cogliere il più intensamente possibile quanto il camminare può offrirci senza andare a cercare esotici siti. Nella consapevolezza che è consigliabile uscire dalle proprie stanze, del pensiero o meno, foss´anche soltanto per sgranchirsi un po´. Raccogliere un fiore dal nome ignoto è sempre meglio che dedicarsi a fissare caparbiamente quella crepa o quel chiodo nel muro sempre uguali. Ormai muti, incapaci di dirci dell´altro. Il pensiero ha bisogno di vedere, di toccare, di incontrare. Se nulla nasce dal nulla, nessuna interiorità può alimentarsi e crescere soltanto in se stessa”.
 
Così scrive Duccio Demetrio (professore ordinario dell’Università La Bicocca di Milano, dove insegna Filosofia dell’educazione) nel suo ‘Filosofia del camminare’.
Un concetto così elevato dell’andare a piedi, contrasta con tanti detti e luoghi comuni; basti pensare che quando vogliamo indicare una cosa fatta veramente male e in maniera maldestra diciamo che ‘è fatta con i piedi’!
 
Grande è stato il contributo dato dai piedi al progresso dell’umanità. La filosofia, ad esempio, nasce camminando. Socrate percorre incessantemente le strade di Atene, Platone disputa sotto i portici dell’Accademia e Aristotele dà vita alla scuola peripatetica (nome che deriva dall’unione di due parole greche: la prima è un prefisso che indica l’essere o il muoversi intorno (peri), l’altra il camminare).
 
Basta quanto detto per renderci conto di quanto il Pensare abbia un profondo bisogno del Camminare, della fatica di un ritmo lento e in armonia con il nostro corpo rispetto al disumanizzante correre imposto come modello dalla nostra società occidentale che guarda caso tende progressivamente a impigrirsi.. Eccezion fatta per il rito della palestra, dove spesso ci si ‘sacrifica’ a tarda ora, dopo essere arrivati rigorosamente in auto e magari essersi arrabbiati per aver trovato parcheggio troppo distante.
 
Arriva il tanto atteso tempo delle ferie, del riposo dopo il lavoro (naturalmente per chi  c’è l’ha vista la situazione drammatica che tante famiglie stanno vivendo per la sua mancanza). A guardare con un occhio più attento i servizi dedicati al tema delle vacanze, a parte il noioso ripetersi, quello che colpisce è l’immagine di una nazione in ‘fuga’ verso spiagge assolate dove rosolarsi tutto il giorno sotto il sole. Colpisce a questo riguardo quanto lo scrittore Corrado Alvaro dice già nel 1930 nel suo libro ‘Quasi una vita’: ‘Gli uomini di fatica, di affari, di pensieri, nello stato di riposo, su una spiaggia, per esempio, sembrano di quelle belve in cattività nei giardini zoologici’. Da qui il moltiplicarsi di iniziative per ‘riempire’ il tempo vuoto del turista.
 
Quello che in effetti spesso si constata, è la difficoltà ad usare il tempo del riposo per pensare, per scendere più in profondità nella propria coscienza, per ritrovare il senso del proprio andare e in definitiva del proprio esistere.
 
Si parla ancora poco (anche se per la crescita del fenomeno più di prima), di quel particolare modo di utilizzare le proprie ferie scegliendo la fatica di camminare su impervi sentieri di montagna o su antichi tracciati percorsi durante i secoli da innumerevoli pellegrini. Certo anche qui si corre il rischio, molto forte per noi occidentali, di considerare che lo spostamento abbia solo due punti importanti, l’inizio e la fine. Quello che conta veramente è arrivare, sapere costantemente quanto manca; tutto questo naturalmente genera molta ansia facendoci perdere il contatto con la realtà fatta di ogni singolo passo, della propria presenza qui e ora, della gioia dell’incontro. Camminare con questo spirito diventa pertanto uno sforzo incomprensibile, che spesso suscita l’ilarità di quei ‘cavalieri’, che ti sfrecciano a fianco sui quei rombanti e veloci ‘cavalli’ che sono le nostre auto;  più vai veloce, più sei potente.. O almeno ti illudi di esserlo.
 
E’ necessario pertanto rendersi conto che in questo modo di camminare, la fatica dipende più dall’energia sprecata a consultare freneticamente la distanza che separa dall’arrivo, piuttosto che da quella effettivamente impiegata per camminare. Per questo, oggi sempre più persone hanno paura di camminare, soprattutto se devono farlo in posti che non conoscono e magari di notte.
 
Un aiuto ci viene dagli indios, un popolo che è andato a piedi per secoli. Un indio sa che camminare, non è soltanto un mezzo per arrivare da qualche parte, ma è principalmente uno strumento per essere concretamente dove si è, per prendere veramente contatto con la propria realtà e riuscire a guardarla con uno sguardo rinnovato e soprattutto creativo. Un indio, quando cammina, non guarda mai la cima della montagna sulla quale sta salendo, guarda la terra sotto i suoi piedi, consapevole che il viaggio non è la meta, ma ogni singolo passo.
 
Camminare è pertanto una forte esperienza formativa, che aiuta a conoscere i propri limiti e potenzialità, a scoprire paure e bisogni inconfessati, perché è solo ‘mettendosi in cammino che si prende coscienza del peso delle proprie catene ed è solo mettendosi in piedi che si comprende quanto si è alti’.
 
Camminare, un’esperienza antica quanto l’uomo, capace di parlare al suo cuore, di risvegliare energie sopite, di farci scoprire in qualche modo mandati. Ecco perché anche tra i cristiani camminare gioca un ruolo fondamentale. Farsi pellegrini rende visibile e realizza la vocazione del popolo dei ‘battezzati’ di camminare verso casa, verso l’incontro definitivo con il Padre, imparando faticosamente a pensarsi gioiosamente insieme con gli altri. Il viandante indica alla Chiesa intera che ogni tentativo di ‘potenza terrena’ è ridicolo ed è destinato al più assoluto fallimento, che l’unico ‘stile’ che può fare interrogare il mondo è quello ‘sinodale’ cioè il ‘camminare insieme’.
 
Vale la pena, in questa calda estate,  scegliere questa ‘fatica’? Provare per credere’.
                              
                                                                                                                                                                            Michele Li Pira